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LA TEMPESTA DI WILLIAM SHAKESPEARE. Traduzione di Salvatore Quasimodo
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LA TEMPESTA DI WILLIAM SHAKESPEARE

Traduzione di Salvatore Quasimodo

 

Venerdì 8 novembre 2019

Teatro Comunale Porto San Giorgio 

ore 21.15

 

Compagnia della Marca

GIOVANNI MOSCHELLA, ROBERTO ROSSETTI

Regia di GABRIELA ELEONORI

 

CON

ALONSO, re di Napoli - SALVO LO PRESTI

SEBASTIANO, suo fratello - MANU LATINI

PROSPERO, legittimo duca di Milano - GIOVANNI MOSCHELLA

ANTONIO, suo fratello, usurpatore del ducato di Milano - FRANCESCO PROPERZI

FERDINANDO, figlio del re di Napoli - ENRICO VERDICCHIO

GONZALO, vecchio e onesto consigliere del re - FABIO TARTUFERI

CALIBANO, schiavo selvaggio e deforme - ROBERTO ROSSETTI

TRINCULO, buffone - DAVID SCOCCO

STEFANO, cantiniere ubriacone / Il NOSTROMO - ALESSANDRO CASALINO

MIRANDA, figlia di Prospero -  GIULIA CICCARELLI

ARIEL, spirito dell'aria -  ILARIA GATTAFONI e SILVIA GATTAFONI

 

scene e luci Rudy Teodori

costumi Carla Accoramboni

disegno fonico Alessio Rutili

 

 

LA TRAMA:

 

Prospero, Duca di Milano, viene spodestato dal geloso fratello Antonio, che, aiutato dal Re di Napoli, Alonso, lo fa allontanare insieme alla figlioletta Miranda di tre anni. Dell’isola remota dove sono stati esiliati Prospero e Miranda non sono, però, gli unici abitanti. C’è Calibano, “non onorato con forma umana”: il deforme o, come suggeriva Strehler, il “difforme”. E al suo opposto c’è Ariel, spirito dell’aria liberato da un sortilegio che lo teneva imprigionato nel tronco di un albero. Una tempesta fa naufragare Antonio, Alonso e i loro equipaggi. Prospero medita la vendetta, ma è, ormai, un abitante di quel posto remoto e mai nominato, centro di un passaggio ad un “nuovo mondo”. Dove il potere si scontra con il sapere ed insieme cozzano con le forze della natura si avverte il gusto spaventoso della metamorfosi. È lì che Shakespeare si interroga sulla necessità di un “uomo nuovo”: trasformato, vivificato dalla propria debolezza, ma fortificato dalla volontà di meraviglia e innamorato della sorpresa. 

 

IL COMMENTO DELLA REGISTA:

 

“La Tempesta” potrebbe essere il testamento del grande Genio teatrale inglese.

Penultima opera di Shakespeare, sembra voler contenere tutto il pensiero e tutto il sentimento del Bardo. Quindi del Teatro stesso. Un testamento che è arrivato a noi intatto in tutti i suoi significati. Il Teatro è rappresentazione e linguaggio universale dell’Uomo e, quindi, in esso ci riconosciamo, in ogni epoca e luogo.

Già dalle prime pagine del testo tutto è avvenuto. Assisteremo, così, solo

all’epilogo delle vicende dei singoli personaggi in tempo reale, nel momento stesso in cui seguiremo la rappresentazione. Ciò che è avvenuto in precedenza sarà raccontato dai personaggi stessi. Prospero, Duca di Milano, viene spodestato dal geloso fratello Antonio, che, aiutato dal Re di Napoli, Alonso, lo fa allontanare insieme alla figlioletta Miranda di tre anni. Da qui inizia il racconto, dall’isola dove sono stati esiliati da circa dodici anni. Prospero e Miranda non sono, però, gli unici abitanti di questo luogo remoto. A popolarlo c’è, innanzitutto, Calibano, un essere che lo stesso autore definisce “non onorato con forma umana”. Il deforme o, meglio, come suggerisce Giorgio Streheler, il “difforme”. Una creatura figlia del demonio e di una strega. Orribile groviglio di sangue e natura aspra. Essere spregevole perché primordiale. Indigeno perché prigioniero. Repellente perché sconosciuto. Al suo opposto troviamo l’altro essere che vive sull’isola. Ariel, spirito dell’aria, liberato da un sortilegio che lo teneva imprigionato nel tronco di un albero. Terra, aria, condanna, prigionia, metafisica, cabala.

La vicenda parte da una tempesta che fa naufragare su questa stessa isola Antonio, Alonso e i loro rispettivi equipaggi. Quasi per una coincidenza o, molto più probabilmente, per una improrogabile necessità della Storia, questi due mondi sono obbligati a scontrarsi. Prospero, al centro, medita vendetta per le ingiustizie subite, ma è, ormai, un abitante di quel posto remoto e mai nominato. L’incontro o lo scontro non diventa mai un confronto tra civiltà, ma un discorso alto sulla conduzione della vita e su quel dipanarsi dei rapporti che, spesso, noi abbiamo fretta nel definire. Proprietà, supremazia, diversità, giustizia, amore coniugale, passione terrigna, potere, schiavitù.

Quel luogo diventa il centro di un passaggio ad un “nuovo mondo”. Un precipizio sul futuro. Una strettoia obbligata. Un evento ciclico che la Storia ci ripropone ogni qualvolta bisogna mettere in discussione le nostre fragili certezze perché qualcosa di “difforme” si profila all’orizzonte. Quel luogo diventa, quindi, al contempo metafora sublime dell’Uomo e della Storia e sito immortale perché tappa obbligata che segna il passaggio delle generazioni. Luogo meticcio che indebolisce ogni convinzione ed ogni uso. Ed è in questa contemporaneità che si materializza la necessità della messa in scena.

Lì dove il Potere si scontra con il Sapere ed insieme cozzano con le forze della natura, si avverte il gusto spaventoso della metamorfosi. È lì che Shakespeare si interroga sulla necessità di un “uomo nuovo”. Trasformato, vivificato dalla propria debolezza, ma fortificato dalla volontà di meraviglia e innamorato della sorpresa.

Le divisioni comode e pigre tra il “giusto” e “l’ingiusto”, tra il “buono” e il “cattivo” sono armi di difesa. Il confronto delle esperienze che convergono in un luogo per trasformare tutti i convenuti è il Teatro.

Ed è lì che, ogni volta, ogni giorno, gli attori e il pubblico cercano di vedere un “uomo nuovo”. È lì che si è certi si debba compiere la trasformazione. Lì, su quell’isola senza nome, persa nel Mar Mediterraneo.

 

Foto_Roberto_Rossetti

ROBERTO ROSSETTI

 

 

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GIOVANNI MOSCHELLA

 

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GABRIELA ELEONORI

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